
Péter Magyar con Manfred Weber e Ursula von der Leyen
Con queste parole piene di entusiasmo, Ursula von der Leyen ha espresso il sollievo che ha attraversato l’intera Europa dopo il plebiscito ungherese contro Orbán. L’esito delle elezioni ungheresi e l’insediamento del nuovo premier mercoledì scorso sono infatti un segnale importante per l’Europa: l’enfant terrible che finora non solo bloccava i crediti per l’Ucraina e le sanzioni alla Russia ma soprattutto era il partner più affidabile per Putin e Trump, ha cambiato radicalmente rotta. Nonostante i tentativi di questi ultimi di influire direttamente sulle elezioni, il popolo ungherese ha dato voce a quello scetticismo nei confronti della Russia che lo ha sempre distinto e ha rinnovato il suo voto per l’Europa espresso in un referendum 23 anni fa, il 12 aprile 2003. Ora Péter Magyar ha già annunciato la fine dell’isolazionismo – condizione per poter attingere ai fondi europei – e di voler adempiere i criteri finanziari necessari per entrare nella zona euro entro il 2030, per porre la propria economia su basi decisamente più solide. Intanto Magyar ha scelto il 9 maggio – festa dell’Europa – come giorno del suo giuramento, e in tale occasione ha fatto alzare nuovamente la bandiera europea sul parlamento.
L’esito elettorale sorprendente di Tisza si basa soprattutto sulla ferma promessa di combattere la corruzione. Per il resto, venendo dalla Fidesz, Magyar ha battuto Orbán con le sue stesse armi ossia con una campagna elettorale molto personalizzata e uno stile populista. Per l’Europa, egli sarà un partner comunque difficile – ad esempio egli ha una posizione critica nei confronti dell’Ucraina e il suo avvicinamento all’UE – ma si conta sul suo pragmatismo e soprattutto sulla sua affidabilità. Questa difficoltà sarà determinata anche dal fatto che con il terzo partito, Mi Hazank, il parlamento ungherese si compone solo di forze politiche a destra del centro. Per ora non resta che fidarsi delle parole del nuovo premier, che intende ri-democratizzare il sistema politico grazie alla sua maggioranza qualificata dei 2/3, e imparare dall’Ungheria – come già dall’Italia – che il populismo di destra non è automaticamente un estremismo di destra. In altre parole, il popolo ungherese si è espresso comunque a favore di valori conservatori in contrasto con il progressismo europeo. E il primo viaggio di Magyar non lo porta a Bruxelles o a Berlino, ma in Polonia, a sottolineare che la sua linea non sarà quella di una convergenza con i poteri centrali.
Per l’Europa si tratta ora di cogliere l’occasione per realizzare le necessarie riforme al fine di impedire che Paesi piccoli – come la Slovacchia o la Repubblica Ceca – possano esercitare un ruolo di blocco. Ma soprattutto dovrà porsi urgentemente la questione circa la sua identità e come affrontare le rivendicazioni delle identità dei popoli – anziché illudersi che abbia vinto la «via europea» invocata da von der Leyen.
Markus Krienke
Il «ritorno dell’Ungheria sulla via europea»
Péter Magyar con Manfred Weber e Ursula von der Leyen
Con queste parole piene di entusiasmo, Ursula von der Leyen ha espresso il sollievo che ha attraversato l’intera Europa dopo il plebiscito ungherese contro Orbán. L’esito delle elezioni ungheresi e l’insediamento del nuovo premier mercoledì scorso sono infatti un segnale importante per l’Europa: l’enfant terrible che finora non solo bloccava i crediti per l’Ucraina e le sanzioni alla Russia ma soprattutto era il partner più affidabile per Putin e Trump, ha cambiato radicalmente rotta. Nonostante i tentativi di questi ultimi di influire direttamente sulle elezioni, il popolo ungherese ha dato voce a quello scetticismo nei confronti della Russia che lo ha sempre distinto e ha rinnovato il suo voto per l’Europa espresso in un referendum 23 anni fa, il 12 aprile 2003. Ora Péter Magyar ha già annunciato la fine dell’isolazionismo – condizione per poter attingere ai fondi europei – e di voler adempiere i criteri finanziari necessari per entrare nella zona euro entro il 2030, per porre la propria economia su basi decisamente più solide. Intanto Magyar ha scelto il 9 maggio – festa dell’Europa – come giorno del suo giuramento, e in tale occasione ha fatto alzare nuovamente la bandiera europea sul parlamento.
L’esito elettorale sorprendente di Tisza si basa soprattutto sulla ferma promessa di combattere la corruzione. Per il resto, venendo dalla Fidesz, Magyar ha battuto Orbán con le sue stesse armi ossia con una campagna elettorale molto personalizzata e uno stile populista. Per l’Europa, egli sarà un partner comunque difficile – ad esempio egli ha una posizione critica nei confronti dell’Ucraina e il suo avvicinamento all’UE – ma si conta sul suo pragmatismo e soprattutto sulla sua affidabilità. Questa difficoltà sarà determinata anche dal fatto che con il terzo partito, Mi Hazank, il parlamento ungherese si compone solo di forze politiche a destra del centro. Per ora non resta che fidarsi delle parole del nuovo premier, che intende ri-democratizzare il sistema politico grazie alla sua maggioranza qualificata dei 2/3, e imparare dall’Ungheria – come già dall’Italia – che il populismo di destra non è automaticamente un estremismo di destra. In altre parole, il popolo ungherese si è espresso comunque a favore di valori conservatori in contrasto con il progressismo europeo. E il primo viaggio di Magyar non lo porta a Bruxelles o a Berlino, ma in Polonia, a sottolineare che la sua linea non sarà quella di una convergenza con i poteri centrali.
Per l’Europa si tratta ora di cogliere l’occasione per realizzare le necessarie riforme al fine di impedire che Paesi piccoli – come la Slovacchia o la Repubblica Ceca – possano esercitare un ruolo di blocco. Ma soprattutto dovrà porsi urgentemente la questione circa la sua identità e come affrontare le rivendicazioni delle identità dei popoli – anziché illudersi che abbia vinto la «via europea» invocata da von der Leyen.
Markus Krienke