La drammaturgia di Milo Rau si ispira al testo di Euripide
Il linguaggio artistico del regista svizzero Milo Rau sviscera le questioni più scomode che scuotono le coscienze, poiché attraversa e affronta le realtà più dure del nostro tempo. Il suo modo di fare teatro, pur partendo da una visione contemporanea, si confronta con il teatro antico, tradizionale e classico, affondando la lama nelle piaghe della società odierna.
Medea’s Children, andato in scena al LAC sabato 21 marzo con replica il giorno successivo, attinge alla tragedia greca di Medea. Nella Medea di Rau il continuo sovrapporsi tra realtà e finzione, tra recitazione e autenticità, è già presente fin dal prologo dello spettacolo. L’attore (Peter Seynaeve), che a sua volta alterna recitazione e autenticità, interpella il pubblico e intrattiene uno scambio con i ragazzini attori/non-attori, seduti in fila, con alle spalle il sipario chiuso, dando l’impressione che lo spettacolo non sia ancora iniziato e, dunque, che ciò che accade sia vero e reale.
I bambini, a loro volta, recitano, ma non è chiaro se stiano rispondendo spontaneamente alle domande di Seynaeve, presentando lo spettacolo ed esprimendo le loro opinioni in un clima disteso e con naturalezza. Lo spettatore fatica così a distinguere quando i ragazzini recitano e quando si esprimono liberamente, se le risposte fanno parte della rappresentazione oppure siano autentiche opinioni, soprattutto quando viene loro chiesto cosa ne pensano di questa Medea moderna. Emblematica, in questo senso, è l’affermazione di uno di loro: “bisogna mostrare il più possibile”.
Con il sipario chiuso alle spalle, i bambini si raccontano al pubblico e parlano del processo teatrale, rendendo esplicito ciò che stanno facendo. In questo modo si rompe la finzione scenica: non è più possibile stabilire con chiarezza dove finisca la realtà e dove inizi la recitazione e la finzione. Il procedimento attraversa l’intero spettacolo: sul palcoscenico i bambini recitano mentre vengono ripresi da Peter Seynaeve con una telecamera, e in contemporanea le immagini vengono proiettate su un grande schermo, creando una continua sovrapposizione tra piano filmico e azione scenica. Questo dispositivo richiede allo spettatore uno sforzo di riflessione che precede il coinvolgimento emotivo, con l’intento esplicito di generare straniamento.
In Medea’s Children la tensione smuove lo spettatore, poiché il confronto con la realtà, in linea con il concetto di “realismo globale” formulato da Rau, impone una riflessione sulla condizione umana, obbligando a non distogliere lo sguardo ma a guardare diversamente. I bambini mettono in scena situazioni adulte e tragiche, mentre nel video appaiono alternativamente come bambini e come adulti. Si crea così uno stato di instabilità continua, in cui la tragedia di Medea si intreccia con un fatto reale avvenuto in Belgio: il caso di una madre che ha ucciso i propri figli.

Una scena da Medea’s Children (Foto: Michiel Devijver)
Rau prende eventi reali, li fonde con il mito e li trasforma in materiale teatrale, eliminando la distanza tra l’irrealtà della Medea mitologica e la verità di un fatto realmente accaduto. La violenza del delitto, il soffocamento, lo strangolamento, il taglio della gola con un coltello, il sangue che invade la scena, è affidata al video e non alla rappresentazione teatrale diretta. In questo modo lo spettatore viene posto di fronte a una duplice circostanza: nel teatro tende a percepire ciò che vede come finzione, mentre il linguaggio filmico, pur mostrando immagini più crude, consente una forma di distanza e protezione dalla realtà.
Pur essendo consapevoli che eventi simili sono realmente accaduti, la visione mediata dallo schermo permette di attenuare l’impatto emotivo. I corpi senza vita dei bambini, uccisi nel video da una madre-bambina, vengono poi trascinati e distesi sul palcoscenico, mescolando nuovamente “realtà filmica” e finzione.
Il testo originale di Euripide appare meno cruento rispetto alla realtà contemporanea, poiché Rau mostra, senza censure, ciò che la tragedia greca non poteva rappresentare. Ne deriva una drammaturgia che non concede attenuanti. Il teatro, come il cinema, può essere “bigger than life”, ma entrambi offrono allo spettatore la possibilità di sottrarsi: cambiando canale o distogliendo lo sguardo per non vedere il sangue e la morte.
Rau affronta questi temi nella consapevolezza che nulla è più mostruoso dell’essere umano. Attraverso il processo artistico, egli mira a provocare una presa di posizione, sollecitando una riflessione critica in uno spettatore ormai anestetizzato e assuefatto dalla violenza quotidiana. Una bambina canta in francese Gli occhi di mia madre che richiama il rapporto madre–figli; il canto introduce una dimensione emotiva e intima, e crea contrasto con la violenza della storia. Nella scena finale i bambini si ricompongono, si puliscono dal sangue finto, si siedono in fila, rivolti al pubblico, come nel prologo. Rau ricorre al linguaggio poetico, per voce della bambina-madre-attrice, che non giudica, non giustifica e non assolve Medea, ma umanizza, in modo compassionevole, la figura della madre figlicida.
Nicoletta Barazzoni