
Campidoglio USA con manifestanti (Foto: Kaden Taylor – Unsplash)
Nel campo dei meloni – scrive un haiku giapponese del 1760 – il ladro e la volpe s’incontrano. Siamo ormai giunti al capolinea. Dopo le elezioni in Brasile, quelle tenutesi in Israele, ora è la volta di quelle cruciali degli Stati Uniti, dove le Midterm si sono trasformate in un referendum pro o contro Donald Trump. Anche qui, con una radicalizzazione senza precedenti, tra cosiddetta destra e sinistra. E lo scenario si riproporrà nelle prossime settimane e mesi in Spagna, Italia e Francia. La digitalizzazione ha determinato l’emergere di una radicalizzazione delle posizioni più estreme che nei social elettronici spopolano per audience e attenzione. Non siamo più all’epoca del dopoguerra quando in qualche settimana – secondo una celebre battuta – la popolazione italiana al voto è raddoppiata, passando da 20 milioni di fascisti ad altrettanti antifascisti. Il fenomeno si è poi replicato e amplificato altrove, coi cosiddetti “voltagabbana” perché tutti ambivano ad una riconciliazione nazionale e caso mai il voto oscillava tra centro-destra e centro-sinistra, con minimi estremisti di centro, fautori del dialogo con tutti. Non troviamo oggi più i cultori del centro, capaci di dialogare a destra e a manca e di fare da trasmissione di istanze, progetti condivisi, per non danneggiare il prossimo quanto se stessi. Invece, la storia della Svizzera ha insegnato in Europa una democrazia diversa, con la corresponsabilità tra le varie visioni, la possibilità di votare persone specchiatamente oneste dell’altra coalizione e la chiamata al governo di tutti i partiti più votati, a prescindere dalle reciproche diversità ideologiche. Questa è una politica intimamente democratica, non abusata con il mitico voto in più che permette al vincitore del momento di governare e spadroneggiare per quattro cinque anni senza eccessivi ostacoli. Non ci rendiamo forse conto, scriveva cinquant’anni fa Giovannino Guareschi, come troppi giovani si aggirano (oggi come allora) tristi e sperduti in un mondo oppressivo che non possono amare perché tutto ridotto alla materia e all’effimero, svuotato di spiritualità o ideali e – dunque – d’ogni speranza? Perché altrimenti tanti giovani digitali, così solitari o scontrosi nelle proprie camere, hanno poi bisogno di trovarsi in gruppo, quando non incappucciati nelle manifestazioni, di fronte alla paura terribile di rimanere soli con se stessi? Perché sono cresciuti spesso senza un padre o una madre che hanno poco tempo e devono guadagnare in negozio o in ufficio per tirare la carretta o crescono in una famiglia putativa allargata, mentre la società chiede frutti prima ancora di dare. Cresciuti come i polli, si stringono l’uno all’altro e cercano una identità, un “esserci” per non trovarsi presto vecchi senza esser mai stati prima davvero giovani.
Corrado Bianchi Porro
La scomparsa del centro?
Campidoglio USA con manifestanti (Foto: Kaden Taylor – Unsplash)
Nel campo dei meloni – scrive un haiku giapponese del 1760 – il ladro e la volpe s’incontrano. Siamo ormai giunti al capolinea. Dopo le elezioni in Brasile, quelle tenutesi in Israele, ora è la volta di quelle cruciali degli Stati Uniti, dove le Midterm si sono trasformate in un referendum pro o contro Donald Trump. Anche qui, con una radicalizzazione senza precedenti, tra cosiddetta destra e sinistra. E lo scenario si riproporrà nelle prossime settimane e mesi in Spagna, Italia e Francia. La digitalizzazione ha determinato l’emergere di una radicalizzazione delle posizioni più estreme che nei social elettronici spopolano per audience e attenzione. Non siamo più all’epoca del dopoguerra quando in qualche settimana – secondo una celebre battuta – la popolazione italiana al voto è raddoppiata, passando da 20 milioni di fascisti ad altrettanti antifascisti. Il fenomeno si è poi replicato e amplificato altrove, coi cosiddetti “voltagabbana” perché tutti ambivano ad una riconciliazione nazionale e caso mai il voto oscillava tra centro-destra e centro-sinistra, con minimi estremisti di centro, fautori del dialogo con tutti. Non troviamo oggi più i cultori del centro, capaci di dialogare a destra e a manca e di fare da trasmissione di istanze, progetti condivisi, per non danneggiare il prossimo quanto se stessi. Invece, la storia della Svizzera ha insegnato in Europa una democrazia diversa, con la corresponsabilità tra le varie visioni, la possibilità di votare persone specchiatamente oneste dell’altra coalizione e la chiamata al governo di tutti i partiti più votati, a prescindere dalle reciproche diversità ideologiche. Questa è una politica intimamente democratica, non abusata con il mitico voto in più che permette al vincitore del momento di governare e spadroneggiare per quattro cinque anni senza eccessivi ostacoli. Non ci rendiamo forse conto, scriveva cinquant’anni fa Giovannino Guareschi, come troppi giovani si aggirano (oggi come allora) tristi e sperduti in un mondo oppressivo che non possono amare perché tutto ridotto alla materia e all’effimero, svuotato di spiritualità o ideali e – dunque – d’ogni speranza? Perché altrimenti tanti giovani digitali, così solitari o scontrosi nelle proprie camere, hanno poi bisogno di trovarsi in gruppo, quando non incappucciati nelle manifestazioni, di fronte alla paura terribile di rimanere soli con se stessi? Perché sono cresciuti spesso senza un padre o una madre che hanno poco tempo e devono guadagnare in negozio o in ufficio per tirare la carretta o crescono in una famiglia putativa allargata, mentre la società chiede frutti prima ancora di dare. Cresciuti come i polli, si stringono l’uno all’altro e cercano una identità, un “esserci” per non trovarsi presto vecchi senza esser mai stati prima davvero giovani.
Corrado Bianchi Porro