Riflessione

Le frontiere come spazi di comunità: una lettura politica mancata

Ticino: geografie di un Cantone da statuto speciale. Era il titolo, certo provocatorio, del nostro precedente Primo piano (20.6.26). Per di più senza punto interrogativo. Era infatti quanto affermato nelle riflessioni conclusive delle ricerche di due geografi. Ma l’interrogativo si pone, poiché l’ipotesi della eventuale necessità di uno statuto speciale, richiama un’insufficienza politica federale e regionale. La specificità del Ticino è soprattutto la sua doppia perifericità o doppia frontiera, geografico-linguistica a nord, e nazionale a sud. Con la constatazione, di ieri ma purtroppo anche di oggi, di non essere agganciati né con la realtà metropolitana di Zurigo, né con quella lombardo-milanese. Due spazi metropolitani che, almeno finora, non sembrano nemmeno volersi cercare.

La città transfrontaliera dei laghi

La città transfrontaliera dei laghi

Questo significa che la governanza dell’effetto condizionante della frontiera rimane il problema economico e sociale numero uno del Cantone Ticino. Lo è stato dalla costituzione federale svizzera del 1848 con la perdita dei dazi doganali non compensata dal governo federale, ma ci si può chiedere se in fondo non rimanga anche dopo la forte crescita del Ticino a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando la frontiera è apparsa anche come risorsa (cf. L’Osservatore, 7.10.23). Perché il motore economico di questa crescita ticinese è stato quello dello sfruttamento delle rendite di posizione (banca e parabancario) e quello delle rendite differenziali (dal contrabbando di un tempo a quello dei differenziali salariali). E in parte lo è tuttora, anche se molti imprenditori innovatori (molti provenienti dall’estero) hanno colto un loro inserimento di nicchia affrontando direttamente il mare aperto, tra il locale e il globale. L’effetto frontiera – quello strutturale che rompe o rimbalza i vettori di sviluppo – rimane, con le sue incertezze e limiti nell’affrontare il mondo odierno dei flussi, delle reti funzionali degli spazi metropolitani e degli spazi macroregionali.

Grafico 1 – Evoluzione comparata (CH­EU­I) della popolazione di frontiera 2014­-2024.

Grafico 1 – Evoluzione comparata (CH­EU­I) della popolazione di frontiera 2014­-2024.

Sono temi che la ricerca e la statistica europea cerca di approfondire. Interessante è il grafico dell’evoluzione comparata della popolazione nel decennio 2014-2024. Le regioni di frontiera della Svizzera crescono parecchio rispetto a quelle della media europea, ma comunque meno rispetto alla crescita generale della popolazione svizzera. Il contrario si presenta in Italia dove però, addirittura, le aree di frontiera italiane non crescono, ma diminuiscono meno rispetto alla popolazione italiana in declino. E il dato per il Ticino? Lo dobbiamo estrapolare dal secondo grafico: dal 2014 praticamente non vi è crescita e le previsioni demografiche per il 2050 potrebbero pure essere negative. Ecco perché il Ticino sembra essere ailleurs, nell’espressione del geografo dell’EPFL.

Ticino: evoluzione e previsioni demografiche per il 2050

Grafico 2 – Ticino: evoluzione e previsioni demografiche per il 2050.

Un tema di politica in generale, ma soffermiamoci su quella ticinese. Il blocco di una parte dei ristorni all’Italia delle imposte alla fonte dei frontalieri e il braccio di ferro con Berna non sono forse il segno di un governo alla corda, al limite, senza saperlo, di uno scenario da Cantone a statuto speciale? Fa comunque stato che esso non abbia mai avuto una strategia politica all’altezza della governanza di una regione che per la sua orografia – la regione dei laghi prealpini – è predestinata ad essere transfrontaliera. Niente: una crescente e inutilmente astiosa focalizzazione sul fenomeno del frontalierato e/o dell’immigrazione, l’ormai cavallo di battaglia per tutte le salse. Una politica che – discorso a parte per la Regio Insubrica creata nel 1995 (cf. L’Osservatore del 4.10.25) – agisce in funzione di mappe mentali limitate dalle rispettive caratteristiche delle istituzioni e sostanzialmente affetta da strabismo. Incapace di vedere le realtà e gli spazi di vita di una comunità, di fatto transfrontaliera. La politica è decisa dai cittadini votanti; una minoranza se si considerano i quasi centocinquantamila residenti con passaporto italiano iscritti al Consolato d’Italia a Lugano. I quasi ottantamila lavoratori frontalieri da noi chiamati a lavorare e che non hanno nulla da dire sebbene abitino appena al di là della frontiera; con le loro famiglie, i propri bisogni di politica educativa, sociale e di cura.

La cultura sovranista tende a dimenticare così un paio di centinaia di migliaia di persone, delle quali non conosciamo aspettative e importanti aspetti integrativi economici e sociali. Non vi è una sufficiente, se non distorta, rappresentazione individuale e collettiva di appartenenza a un territorio comune. Nel linguaggio accademico questo alluderebbe alla creazione e a una strategia cognitiva – e non solo settoriale – di sviluppo del capitale territoriale e sociale di una regione. Certo, abbiamo fatto anche molti progressi: grazie a un Ticino Regione Aperta, – così dal titolo di una pubblicazione che faceva stato della crescita e delle opportunità del Ticino dei primi anni Novanta. Così sono nate l’USI, la SUPSI, centri di ricerca e d’innovazione di livello mondiale; il LAC e non solo, TILO e ben altro. Stupisce, per esempio, come Chiasso in crisi, appunto per i mutamenti degli effetti frontiera, abbia oggi la sua aureola di polo culturale transfrontaliero. Ma non facciamo ancora sistema. Perché è impossibile esserlo da soli. Sulla carta abbiamo tentato qualche aggancio aderendo alla Great Zürich Area; qualche dichiarazione d’intenti con MITO, il grande polo di innovazione sorto a Milano sul sedime dell’Esposizione mondiale del 2015. Con la Fondazione Agire. Ma guardando al futuro non ci siamo: la situazione delle finanze pubbliche sembra limitare l’orizzonte; Berna e gli altri Cantoni ci guardano da lontano; non è un problema loro e nemmeno un tema di perequazione finanziaria, vedi certe impertinenti dichiarazioni della CF Karin Keller-Sutter. Forse sarebbe anche l’ora di guardare oltre il nostro ombelico, tentando di interpretare con un approccio diverso e partecipativo almeno il modo di andar d’accordo con i vicini, di costruire con convergenze strategiche un avvenire comune. Quello di una comunità che di fatto è transfrontaliera, ma che non è cosciente di esserlo, con tutte le sue opportunità in termini di sviluppo di un capitale territoriale comune.

Remigio Ratti

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