Linee, impermanenza e vite che si intrecciano
Quattro linee rosse e una blu è il titolo dello spettacolo teatrale di Tommaso Giacopini, con l’attore Massimiliano Zampetti in scena. La proposta teatrale nasce dalla rassegna Teatro in mostra, ideata dal Museo d’arte di Mendrisio, un dialogo all’interno degli spazi museali tra arte e scena. Quattro linee rosse scandiscono il monologo e si caricano di vissuti, immagini e frammenti di vita. Si parte dal racconto della sorella morta cadendo in un dirupo, e da quella prima caduta il discorso si apre ad altre vicende, ad altre perdite, ad altri ricordi. Non c’è una trama rigidamente lineare: il monologo procede per accostamenti, una storia ne richiama un’altra, un’immagine apre ad altre associazioni. Il monologo si fa sempre più denso, trascinando lo spettatore nel vortice delle parole, e nella forza delle immagini, il tutto impreziosito dalla bravura attoriale di Massimiliano Zampetti.
Una vita sembra poterne contenere molte, mille vite, e una cosa può essere vicina a tante altre o non sfiorarsi nemmeno. In questo movimento si alternano anche la fisica e la geometria: materia, energia, cinetica, peso, forza, caduta, rette e linee. Questi concetti non restano astratti. Entrano nella vita, nella fragilità dei corpi, nel dolore e nella perdita, nelle domande che restano in parte inevase, altre invece trovano spiegazioni razionali. La caduta è un fenomeno fisico, con le sue innumerevoli declinazioni, ma è anche la caduta reale di un corpo. Il peso quasi inesistente di un fiocco di neve apre un’altra immagine, quella della leggerezza e della fragilità. La materia cambia, l’energia si trasforma, mentre l’impermanenza attraversa tutto il monologo. È nelle cose che si spezzano, nei corpi che cadono, negli amori che finiscono, nella neve destinata a sciogliersi, o a diventare causa di morte, nella materia che cambia. Tutto sembra destinato a trasformarsi e nello stesso tempo qualcosa continua a lasciare una traccia. Fino alla linea blu, una sola linea blu continua e ininterrotta, che introduce un elemento diverso rispetto alle quattro linee rosse. Ed è forse proprio nel rapporto tra queste linee, tra ciò che si spezza e ciò che continua, che si apre una delle possibili chiavi di lettura: non tutto si esaurisce con la fine.

Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo, Mendrisio, 2026 (dettaglio). Pittura acrilica e pellicola vinilica. ©Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich – Foto: Mattia Mognetti
Quattro linee rosse e una blu è uno spettacolo legato alla mostra di Felice Varini, allestita al Museo d’arte di Mendrisio, per partire dal concetto che sia l’opera d’arte sia uno spettacolo esistono, vivono e sono temporanei e, perciò, destinati a scomparire. Si parla di linee che stanno a indicare dei segni che però, e questa è una mia interpretazione, malgrado la loro impermanenza, a cui non ci si può sottrarre, restano impressi nello sguardo e nella memoria. Diverse interpretazioni filosofiche attribuiscono all’impermanenza il carattere di destino inevitabile, soprattutto se si pensa alla morte. Ma se c’è l’impermanenza c’è anche la permanenza, ovvero tutto ciò che viene definito dal significato che attraversa la percezione dei sensi, o attraverso i richiami mnemonici, anche se tutto sembra scomparire. Non ricordiamo tanto gli eventi, quanto le emozioni che hanno acceso una luce dentro di noi. E lo spettacolo conferma il modo in cui l’impermanenza è tale soltanto se non ci abbandoniamo alle emozioni perché sono loro che ci tengono vivi e perché tutto è connesso e collegato.
E lo spettacolo svela tutto ciò che scorre perché nulla rimane identico a se stesso. Eppure, in tutto questo incessante mutare, resta una traccia: un segno può scomparire alla vista ma continuare a vivere nella memoria. Tra le molte dimensioni del mistero c’è anche la capacità di pensare per immagini. Così i segni appaiono, si cancellano e riaffiorano, e questo assomiglia al modo in cui i ricordi vanno e vengono, perché la memoria non è lineare né stabile: si trasforma, si ricompone e si perde. Le quattro linee rosse e una blu diventano così simbolo di ciò che rimane e di ciò che passa. Nel testo di Giacobini si intrecciano, si perdono, riaffiorano e poi si dissolvono, proprio come nell’arte di Varini. C’è un inizio e una fine, e c’è un’idea di effimero molto vicina all’impermanenza, ma qui è un principio incarnato in un’esperienza esistenziale, estetica, visiva e teatrale.
È vero che l’opera d’arte esiste “qui e ora” ed è destinata a scomparire, proprio come una mostra o uno spettacolo, ma è altrettanto vero che sono i dettagli a imprimersi nei ricordi, perciò basta anche solo un piccolo dettaglio, anche impercettibile, un uovo che si rompe, affinché ciò che è stato vissuto e visto torni a ricomporsi e ad esistere, anche oltre l’impermanenza.
Nicoletta Barazzoni
Lo spettacolo verrà replicato al Teatro Foce di Lugano il 25.01.2027 e il 14.02.2027 a Brusio (GR).