La politica di Trump appare sempre più difficile da separare dai suoi interessi economici e da quelli della sua famiglia. Questo aumenta le sue preoccupazioni per le ormai prossime elezioni Midterm. Una maggioranza democratica nel Senato o nella Camera dei rappresentanti potrebbe bloccare sia le spese sia le nomine del Presidente. Di fronte a tali scenari, il suo recente accordo con Putin sull’export del diesel russo (9 ottobre), che non ne cambierà il prezzo internazionale, è nient’altro che un messaggio ai suoi elettori che specialmente in alcuni Stati centrali ne sono i principali consumatori.

15 ottobre 2026: personale del pronto intervento ucraino al lavoro dopo un attacco russo.
Nell’annunciare tale accordo, Trump disegna ancora una volta Zelensky come vero colpevole della guerra, alla faccia degli europei che nello stesso momento stavano interrogandosi a Miami con i delegati americani sulle prossime strategie. Mentre Putin continua con la distruzione sistematica di Kiev, Trump e Musk aumentano la dose americana minacciando di spegnere Starlink per l’Ucraina – che equivale a «staccargli la spina». Alcuni temono addirittura che Trump blocchi le informazioni dei servizi segreti a Zelensky – essenziali per prevedere attacchi e per poter attaccare infrastrutture russe – e impedisca i rifornimenti d’armi all’Ucraina tramite i Paesi europei. Così, il tradimento dell’Europa da parte di Trump si completa.
Anche per Putin, che non intende affatto accettare negoziati di pace, questo deal ha soprattutto un effetto comunicativo. Infatti, gli osservatori concordano che non riuscirà a fornire nemmeno le poche quantità concordate con Trump, e che rischierà addirittura di diventare un Paese importatore di diesel. Quelle di Trump risultano dunque azioni stabilizzatrici dell’economia russa che soffre per le sanzioni europee. Egli salva di fatto Lukoil, il gigante russo del petrolio, che per le sanzioni internazionali è a rischio fallimento. Così vuole staccare la Russia dalla Cina, anche al costo di perdere definitivamente l’Europa che intanto fa fatica a orientarsi in questa nuova situazione ed è sempre più preoccupata della propria stabilità politica ed economica.
Le idee di Trump e dell’Europa sulla “pace” in Ucraina sono sempre più inconciliabili, per cui il sostegno incondizionato di quest’ultima diventa sempre più difficile nella misura in cui Trump sostiene Putin, ricevuto con il tappeto rosso in Alaska. Anche dopo quasi cinque anni, l’Europa è senza una strategia concreta come da sola possa determinare le sorti di questa guerra, ma vede nei continui attacchi russi con droni e ingerenze informatiche nei suoi processi democratici reali minacce alla sua pace e stabilità. Ecco perché non ha alternative alla difesa dell’Ucraina. E tuttavia c’è una convinzione più profonda: mentre per Trump la pace è un deal, per l’Europa essa si realizza come diritto internazionale che esclude una guerra di attacco e il perdurare delle ostilità.
Markus Krienke
Pace è denaro? Il tradimento di Trump
La politica di Trump appare sempre più difficile da separare dai suoi interessi economici e da quelli della sua famiglia. Questo aumenta le sue preoccupazioni per le ormai prossime elezioni Midterm. Una maggioranza democratica nel Senato o nella Camera dei rappresentanti potrebbe bloccare sia le spese sia le nomine del Presidente. Di fronte a tali scenari, il suo recente accordo con Putin sull’export del diesel russo (9 ottobre), che non ne cambierà il prezzo internazionale, è nient’altro che un messaggio ai suoi elettori che specialmente in alcuni Stati centrali ne sono i principali consumatori.
15 ottobre 2026: personale del pronto intervento ucraino al lavoro dopo un attacco russo.
Nell’annunciare tale accordo, Trump disegna ancora una volta Zelensky come vero colpevole della guerra, alla faccia degli europei che nello stesso momento stavano interrogandosi a Miami con i delegati americani sulle prossime strategie. Mentre Putin continua con la distruzione sistematica di Kiev, Trump e Musk aumentano la dose americana minacciando di spegnere Starlink per l’Ucraina – che equivale a «staccargli la spina». Alcuni temono addirittura che Trump blocchi le informazioni dei servizi segreti a Zelensky – essenziali per prevedere attacchi e per poter attaccare infrastrutture russe – e impedisca i rifornimenti d’armi all’Ucraina tramite i Paesi europei. Così, il tradimento dell’Europa da parte di Trump si completa.
Anche per Putin, che non intende affatto accettare negoziati di pace, questo deal ha soprattutto un effetto comunicativo. Infatti, gli osservatori concordano che non riuscirà a fornire nemmeno le poche quantità concordate con Trump, e che rischierà addirittura di diventare un Paese importatore di diesel. Quelle di Trump risultano dunque azioni stabilizzatrici dell’economia russa che soffre per le sanzioni europee. Egli salva di fatto Lukoil, il gigante russo del petrolio, che per le sanzioni internazionali è a rischio fallimento. Così vuole staccare la Russia dalla Cina, anche al costo di perdere definitivamente l’Europa che intanto fa fatica a orientarsi in questa nuova situazione ed è sempre più preoccupata della propria stabilità politica ed economica.
Le idee di Trump e dell’Europa sulla “pace” in Ucraina sono sempre più inconciliabili, per cui il sostegno incondizionato di quest’ultima diventa sempre più difficile nella misura in cui Trump sostiene Putin, ricevuto con il tappeto rosso in Alaska. Anche dopo quasi cinque anni, l’Europa è senza una strategia concreta come da sola possa determinare le sorti di questa guerra, ma vede nei continui attacchi russi con droni e ingerenze informatiche nei suoi processi democratici reali minacce alla sua pace e stabilità. Ecco perché non ha alternative alla difesa dell’Ucraina. E tuttavia c’è una convinzione più profonda: mentre per Trump la pace è un deal, per l’Europa essa si realizza come diritto internazionale che esclude una guerra di attacco e il perdurare delle ostilità.
Markus Krienke