Anniversari

San Francesco, apostolo di sogni

«Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero» (Alda Merini) – Cristofano Allori, San Francesco in preghiera, XVII sec.

All’alba degli ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi che si celebreranno nel 2026 vanno moltiplicandosi gli spettacoli dedicati alla «superstar del Medioevo», il Fra’ interpretato da Giovanni Scifoni, quel «folle che parlava agli uccelli» inscenato anche da Simone Cristicchi nella sua tournée con protagonista un Franciscus «ecologista, anarchico, punk». Il ritorno dello storico musical Forza venite gente e la nuova pièce L’asino e il bue di Ascanio Celestini, dove si immagina il «poverello d’Assisi» nell’Italia contemporanea e il suo presepe «nel parcheggio di un supermercato», conferma la sempiterna fama del Santo, ma non per forza la “fortuna” del suo messaggio, spesso “adattato” alle sensibilità moderne. Complici le ricorrenze che anticipano l’anniversario della scomparsa di san Francesco – l’ottocentenario del primo presepe a Greccio e della Regola Bollata festeggiati nel 2023, gli otto secoli dalla stimmatizzazione nel 2024 e dalla stesura del Cantico delle creature nel 2025, che coinciderà con il Giubileo – pullulano le occasioni per celebrare un Santo che… rifuggiva dalle cerimonie.

«Nessuno più di lui», scriveva il medievista Franco Cardini nella nota critica alla nuova edizione di Francesco d’Assisi (Mondadori, 1989 e 2020), è stato al tempo stesso «onorato e tradito, oggetto di più profonda venerazione e di più intricati equivoci», sin dall’inizio e tanto più oggi. «Negli ultimi decenni», aggiungeva Cardini, sono stati proposti «un Francesco tradizionalista e uno progressista, uno ipercattolico e uno prelaicista, uno obbediente e uno ribelle, uno di destra e uno di sinistra, uno pop e uno animalista e new age». Tra i tanti “Franceschi d’Assisi” il più popolare è quello che lo vorrebbe «araldo di un cristianesimo dolciastro, melenso, ecologico-pacifista»: un’immagine «dolciastra e rugiadosa», che tradisce il rigore e la forza degli insegnamenti francescani, riducendo il religioso a «il tipo che ride sempre, lo scemo del villaggio che parla con gli uccellini e fa amicizia con i lupi».

Ben prima dello storico italiano, il frate cappuccino locarnese Giovanni Pozzi si scagliava contro gli usi «sentimentali» della figura di San Francesco, e in particolare del Cantico delle creature, non solo da parte dei giornalisti e degli oratori, ma anche da quella dei frati minori, «affaccendati a rivestire dei sacri versetti piazze, piazzuole e giardinetti e fontanine, ivi presenti i bronzei Franceschi, sussurranti chi sa che cosa alle immancabili colombelle». Lo scriveva in Preghiera e poesia nel cantico di frate sole (1971, «Messaggero serafico», 60,5), il suo primo commento al Cantico, di cui la biblioteca Salita dei frati di Lugano conserva una prima versione manoscritta – pronunciata nel 1965, in francese, davanti ai frati cappuccini del convento di Sion –, in cui erano già presenti gli attacchi contro «la conception traditionelle franciscaine assez doucereuse et sucrée». A questo «sentimentalismo stucchevole» Padre Pozzi opponeva la necessità di ritrovare «la viva sorgente» del poema; una missione che lo impegnò dal 1971 al 2002, anno della sua morte, periodo in cui scrisse quattro studi dedicati al Santo (raccolti in San Francesco di scrittura in preghiera, Armando Dadò editore, 2023), affrontando punto per punto gli aspetti più dibattuti del testo. A partire da quell’appellativo «fratello e sorella» dato alle creature, in quanto figlie di Dio: «è una fratellanza che si costituisce per via razionale, non per via affettiva» e «vale esclusivamente per rapporto all’uomo e non per le altre creature fra di loro, escludendo ogni forma di panismo cosmico».

La stanza di Alda Merini fotografata da Giuliano Grittini. Dalla mostra “Cara Alda. Un ricordo di Alda Merini tra immagini e carta stampata”, Milano, 2013.

Chi più di ogni altro riuscì a dipingere in poesia il “vero” san Francesco fu forse Alda Merini, che a lui dedicò Canto di una creatura (Sperling & Kupfer, 2007). Un «canto di amore mistico», come lo definì Gianfranco Ravasi nella prefazione, vissuto e sentito intimamente dalla Merini, una lode autentica in cui il Santo è un «apostolo di sogni» e non diviene, come spesso accade, un paladino delle nostre utopie-allucinazioni contemporanee. La figura di san Francesco, alter Christus, si sovrappone a quella della poetessa, nei versi e nella vita, a partire dalla loro coraggiosa “svestizione” che corrisponde a una rinascita, dal buio del peccato per l’uno e dall’inferno del manicomio per l’altra. «Io sono passato dall’inferno / al paradiso del suo sguardo, / e anche se ero nudo / sentivo in me un immenso calore. / Dio mi ha salvato / dall’acqua del tradimento, / Dio mi ha reso / apostolo di sogni», racconta il Francesco di Alda, che rinuncia alle ricche vesti del padre, «vestito di pura menzogna», per un umile saio che pur pieno di rattoppi diviene una «veste angelica». «In questi giorni in rianimazione non so quante volte mi hanno svestita e guardata come una carne ormai vecchia da salvare. Nessuno ha pensato, vedendomi nuda, di quanto ardore avevo nell’anima», confidò Merini a Padre Enzo Fortunato, nella lettera in cui definisce san Francesco, suo «compagno d’armi di sventura». Quel corpo nudo, imperfetto e umiliato Alda lo esibirà in quella foto che tutti ricorderanno; un gesto di provocazione, come spiegherà in un’intervista: «in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso».

Così come Francesco scrisse il Cantico di frate sole sofferente e prossimo alla morte, così Alda il suo Canto di una creatura, due anni prima della sua scomparsa; la prima e l’ultima “poesia in forma di preghiera” (riprendendo il titolo della minuziosa indagine di Erminia Ardissino, edita da Carocci nel 2023) sono un inno alla vita all’ombra dell’abisso. Entrambi sostengono «infirmitate et tribulatione» e abbracciano «sora nostra Morte», quella «vergine leggiadra» che gli altri credono «ributtante e infelice», quella «danzatrice meravigliosa» da cui sorge «ogni alba di Dio»: «tutte le meraviglie» si «occultano nella mano pietosa del buio», «tutte le creature / sono perfette / in questo amore che corre sulla terra» per giungere al Signore, Colui che dà valore a «ciò che l’uomo trova inutile», finanche «le cose più piccole, i più insignificanti silenzi». Francesco, «piccolo come una formica» e «grande come la voce di Dio», ed Alda, «piccola ape furibonda», riconoscono così nella bellezza del creato la presenza stessa del Creatore:

Così, come Paolo di Tarso.
Sono stato disarcionato,
sono stato buttato per terra,
e miracolosamente mi sono rialzato nudo.
Allora ogni elemento terreno
Ha assunto uno splendore senza pari.
Ho visto il significato dell’acqua,
il perché senza colpa
del filo d’erba
che brucia sotto il sole.
Ho capito il piacere di un piede nudo
che divora la terra piena di asperità
e che queste spine le sente
come le spine di Dio.
Giorno per giorno
ho vissuto il calvario,
e la mia pazzia ha entusiasmato molti.

Lucrezia Greppi

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