200 franchi bastano? Il canone e la voce della cultura

È stato presentato ieri al Monte Ceneri, luogo simbolo del servizio pubblico radiotelevisivo della Svizzera italiana, il Comitato contro l’iniziativa popolare federale “200 franchi bastano – Non silenziamo la Svizzera italiana”. L’incontro con i media, condotto da Michele Fazioli, ha segnato l’avvio ufficiale della campagna informativa in vista della votazione dell’8 marzo.
Il Comitato, coordinato da Luigi Pedrazzini, ha spiegato che l’iniziativa non rappresenta un semplice intervento di risparmio per le famiglie, ma comporta un taglio strutturale che metterebbe seriamente a rischio il servizio pubblico radiotelevisivo. È stato ricordato come la SSR stia già affrontando una riduzione delle risorse pari a circa il 17 per cento del budget, con una riorganizzazione profonda e una significativa diminuzione dei posti di lavoro, a seguito di decisioni federali già adottate. Portare il canone a 200 franchi significherebbe dimezzare le risorse disponibili, favorendo una centralizzazione dell’offerta e una perdita del radicamento regionale, con conseguenze dirette soprattutto per le regioni linguisticamente minoritarie. Le conseguenze riguarderebbero la qualità dell’informazione, la copertura della vita politica e sociale del Paese, la promozione della cultura, dello sport e della coesione nazionale.
Nel corso della conferenza stampa Roberto Pomari ha sottolineato il ruolo centrale della RSI quale pilastro identitario della Svizzera italiana e attore nazionale a pieno titolo. Il servizio pubblico radiotelevisivo è stato descritto come memoria collettiva del Paese, grazie ai suoi archivi, come strumento di narrazione dell’identità svizzera in un contesto internazionale e come elemento essenziale del federalismo culturale. È stato inoltre evidenziato il contributo economico della RSI al territorio, sia in termini di occupazione e indotto sia come sostegno alla filiera cinematografica e audiovisiva svizzera.
Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’informazione in lingua italiana. Claudio Lardi ha ribadito che indebolire la SSR significherebbe limitare il diritto di cittadine e cittadini a essere informati in italiano su quanto accade in Svizzera e nel mondo, riducendo pluralismo, qualità giornalistica e presenza sul territorio. In un Paese multilingue, è stato affermato, un’informazione forte nelle lingue nazionali non è un privilegio, ma un principio costituzionale e un elemento fondante della democrazia diretta.
È stato inoltre richiamato l’impatto dell’iniziativa sullo sport e sulla vita culturale del Paese. Grazie al servizio pubblico, – ha aggiunto Pierluigi Tami – lo sport svizzero è oggi accessibile in chiaro e in tutte le lingue nazionali, con una copertura che garantisce qualità, competenza e pari dignità alle diverse regioni. Allo stesso modo, la RSI svolge un ruolo insostituibile nel sostegno e nella valorizzazione della produzione culturale della Svizzera italiana, non solo attraverso investimenti finanziari, ma anche dando visibilità continua a una rete capillare di eventi, istituzioni e iniziative che contribuiscono all’identità del territorio.
Laura Sadis e Giò Rezzonico hanno evidenziato la fragilità del sistema mediatico nel suo complesso. In un contesto segnato dalla crisi della stampa, dalla concentrazione dei media e dalla diffusione di disinformazione e fake news, il servizio pubblico è un presidio essenziale di qualità, indipendenza e affidabilità, capace di offrire informazione approfondita, inchieste e corrispondenze nazionali e internazionali che il mercato privato non è più in grado di garantire.
Aldina Crespi ha messo l’accento sul fatto che la RSI sia espressione e voce della nostra cultura. È stato ricordato come il servizio pubblico investa ogni anno milioni di franchi nel settore culturale, non solo attraverso sostegni finanziari, ma soprattutto garantendo visibilità, racconto e continuità a una fitta rete di eventi, istituzioni e iniziative diffuse su tutto il territorio. Festival, rassegne, produzioni artistiche, attività per i giovani e collaborazioni con scuole e università costituiscono un ecosistema culturale che, senza la RSI, rischierebbe di perdere il proprio principale canale di espressione e riconoscimento a livello nazionale.
Alex Farinelli ha ribadito come il dibattito sul canone non sia una questione meramente contabile, ma una scelta politica e valoriale che riguarda l’idea stessa di Svizzera. Il servizio pubblico radiotelevisivo è stato descritto come uno dei pilastri del mosaico federale, capace di tenere insieme lingue, regioni e sensibilità diverse. Dimezzarne le risorse significherebbe renderlo incapace di svolgere il proprio mandato proprio laddove il mercato non arriva: nelle regioni periferiche, nelle minoranze linguistiche e nei contenuti che non fanno audience ma costruiscono coesione democratica.
In definitiva, il Comitato ha ribadito che la posta in gioco non è un risparmio di 100 franchi all’anno, ma la scelta del modello di Paese che si intende difendere. Un servizio pubblico forte, finanziato in modo adeguato e indipendente, è una condizione necessaria per tutelare il quadrilinguismo, la coesione nazionale e la capacità della Svizzera di riconoscersi come comunità plurale.

In questi giorni anche l’associazione nazionale t. Professioni dello spettacolo Svizzera ha espresso pubblicamente una posizione analoga, raccomandando di votare NO all’iniziativa “200 franchi bastano”. In un proprio comunicato, l’associazione ha messo in guardia dalle conseguenze particolarmente gravi che un dimezzamento delle risorse della SSR avrebbe sulla cultura svizzera, colpendo in primo luogo le regioni linguisticamente più piccole, i formati di nicchia e i progetti per i giovani. Secondo t. Professioni dello spettacolo Svizzera, la riduzione del canone e l’esenzione delle imprese comporterebbero una perdita massiccia di risorse per la SSR, stimata in diverse centinaia di milioni di franchi, rendendo di fatto impossibile l’adempimento del mandato culturale del servizio pubblico. La SSR è infatti indicata come una partner imprescindibile per il cinema e le coproduzioni, per la musica e le arti della scena, per il giornalismo e la critica culturale, per la conservazione degli archivi e per la visibilità di giovani talenti, minoranze e regioni periferiche. Un ulteriore taglio si tradurrebbe in meno mandati, meno presenza mediatica e una forte riduzione della mediazione culturale. L’associazione ha inoltre sottolineato il ruolo centrale della SSR nell’accesso alla cultura per le persone con disabilità, grazie a strumenti come la sottotitolazione, l’audiodescrizione e la lingua dei segni. Pur sostenendo la necessità di riforme e mantenendo un dialogo critico con la SSR, t. Professioni dello spettacolo Svizzera ribadisce che tali riforme richiedono un finanziamento sostenibile e che un dimezzamento delle risorse non rappresenterebbe un’ottimizzazione, ma un impoverimento strutturale del sistema culturale e mediatico del Paese. «Non lasciamoci sedurre dai facili risparmi, il dimezzamento causerebbe perdite economiche e sociali enormi», ha avvertito Cristina Galbiati: «alla lunga, i danni supererebbero i benefici non solo per il settore culturale, ma per l’intera popolazione».