Editoriale

Donne, vita, libertà: la rivoluzione femminile in Iran

Proseguono ormai da due settimane le proteste delle donne iraniane contro un regime che le costringe a indossare il velo e nega i loro diritti. Dopo la morte della curda Mahsa Amini, il 16 settembre, altre ottanta ragazze hanno già perso la vita per l’inasprimento delle rappresaglie della «polizia religiosa per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio» contro le manifestanti, tra loro Hadis Najafi, 22 anni, uno dei simboli delle proteste.

Rivolta a Teheran, Keshavarz Boulevard, settembre 2022

Rivolta a Teheran, Keshavarz Boulevard, settembre 2022

Bruciano in piazza gli hijab, mentre le donne si tagliano pubblicamente i capelli: non si tratta più di proteste singole o sparse come in passato, ma di una rivolta della popolazione contro il regime di Ebrahim Raisi, eletto presidente un anno fa, ma, di fatto, delegittimato dall’assenteismo con un’affluenza al voto inferiore al 40%, che continua ad aumentare le restrizioni e controlla l’osservanza del velo anche attraverso le telecamere pubbliche. Ogni dissenso contro il regime degli Ayatollah è proibito, anche se ci si è abituati alle proteste contro la negazione dei diritti, la corruzione, il nepotismo e la situazione economica sempre più pesante per la popolazione.

Pertanto, il governo è convinto che anche questa volta le manifestazioni possano essere soppresse con la forza, schierando oltre alla polizia, le milizie basij e i «volontari delle terre islamiche» provenienti da Siria, Libano e Iraq, seguaci del generale Soleimani ucciso il 3 gennaio 2020 dagli americani. Più di mille persone sono già state arrestate. Tuttavia, di fronte alla totale mancanza di una forza politica di opposizione all’interno del Paese, nonché di un diffuso disinteresse pubblico e femminista mondiale, ci si chiede quale potrebbe essere una reale prospettiva di successo.

In tutto ciò si ripresenta la questione del significato politico del velo, ultimamente rimosso dai nostri dibattiti occidentali: era infatti per averlo indossato male che Mahsa Amini fu messa in un centro di detenzione, dove poi è morta. Le donne in rivolta rifiutano l’imposizione politica e autoritaria, ammettendone però un uso religioso convinto. Con ciò esse rivendicano una lettura del Corano diversa da quella imposta dal regime e conciliabile con le libertà individuali, chiedendo la «fine dell’oppressione» e la «morte del dittatore», cioè dell’Ayatollah Ali Khamenei.

Ma questa protesta può davvero cambiare qualcosa? Poco, verrebbe da dire, considerando che Raisi ha accusato l’Occidente di doppia morale in materia di diritti umani, e il ministro degli esteri ha sottolineato che «in Iran c’è una piena democrazia». L’unico spiraglio di speranza arriva inaspettatamente dal leader religioso iraniano, il Grand Ayatollah Hossein Noori Hamedani, vicino alla Guida suprema Ali Khamenei, che invita ad «ascoltare le richieste del popolo» e ad avere «sensibilità» per i suoi diritti.

Markus Krienke

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