In “Wanderer” l’erranza dei sensi

©Vanni Moretti
Ci sono lavori artistici come Wanderer, una prima assoluta, concepito da Lisa Lurati e Giacomo Rush, che invitano a vivere un’esperienza di fruizione fuori dall’ordinario sul palcoscenico, dove il pubblico è parte integrante dell’intera opera. Le persone potevano scegliere di sedersi sulle sedie, per terra, in cerchio, in modo sparso, sdraiarsi, alzarsi e muoversi tra le installazioni, e il dispositivo imponente.
Wanderer appartiene a una dimensione scenica insolita ed eccezionale: un percorso aperto, ma anche delimitato da grandi tende in tessuto con disegnate delle ombrellifere, che ricordano fiori di campo trasformati in forme fantastiche.
Ciò che accade nasce dall’incontro tra diversi linguaggi espressivi, alcuni indecifrabili, altri riconoscibili: un violino stonato la cui ombra è proiettata su lunghi pannelli di tela con dipinti i fiori; una chitarra elettrica, un tamburo, tanti flauti, onde magnetiche che generano suoni, come se il suono venisse dipinto nell’aria.
La semioscurità nello spazio è stata tra le protagoniste. Il pubblico presente alla performance poteva sentirsi libero di muoversi ma, al contempo, anche condizionato, abituati come siamo a vivere dentro linee prestabilite.
Non si tratta di cercare un significato unico o una chiave di lettura, quanto di concedersi il tempo di osservare, ascoltare, percepire, sentire e lasciarsi assorbire. Ognuno probabilmente si è portato via qualcosa di diverso: un’immagine, una sensazione, un’emozione, un suono oppure una domanda.
E forse proprio qui sta il valore dell’esperienza: nel lasciar scorrere ciò che non può essere previsto in anticipo o calcolato con raziocinio, in un viaggio multisensoriale.
L’impermanenza dei suoni, dei rumori, delle urla delle ragazze interpreti, vestite di bianco, invita a vivere una trasformazione, lasciando vibrare ciò che emerge nel momento.

©Camilla Baumann, Lara Dâmaso
Dopo aver assistito all’anteprima al LAC, mi sono rimaste impresse alcune sensazioni e immagini che hanno continuato a scavare. Una tra queste, ad occhi chiusi, mi ha rimandato al suono dell’acqua, alle profondità marine, al grembo materno, o alla sensazione di fluttuare nello spazio cosmico, quello dell’universo infinito. Poi i rumori della natura o i suoni assordanti che generano inquietudine.
Entrando ho cercato di immaginare cosa avrei visto e sentito, ma l’esperienza si è rivelata diversa da ciò che mi aspettavo. Avevo prefigurato un’interazione maggiormente partecipativa del pubblico.
Ma Wanderer, in questa sua sperimentazione, sembra più interessato a creare stati, percezioni e suscitare sensazioni, libere di perdersi, in un turbine, come chi erra senza meta.
Il tempo di elaborare la provenienza dei suoni scorre talmente veloce, in una sospensione continua, tanto che la mente si è svuotata dai pensieri.
Se dovessi definirlo, direi che parla anche del lasciarsi andare: dell’abbandonarsi a ciò che accade, del rompere con il bisogno di controllo, con regole e schemi interiori che spesso seguiamo per abitudine o per convenzione.
Forse è proprio qui che nasce una delle resistenze più forti: uscire dalla demarcazione, dalla zona che ci è familiare, per incontrare ciò che non è definito, preordinato, così da instillare nel pubblico il desiderio di non conformarsi e di accettare l’incertezza ma, soprattutto, lo stupore di ciò che non è statico, incasellato ed è senza dimora.
Per dare respiro e lasciare che questo accada, l’arte visiva, la musica elettronica e acustica, i suoni, la performance e il disegno delle luci creano una fonte d’ispirazione potente, per il pubblico che assiste e per chi riesce ad abbandonarsi.
Ognuno ha portato con sé il proprio vissuto, le esperienze accumulate e quel mondo di emozioni intime che inevitabilmente influenzano il modo di percepire e attraversare l’esperienza in generale.
Le figure “atemporali”, come vergini o creature aliene, hanno formato cerchi, emettendo suoni, soffiando nelle bottiglie vuote, fondendosi o disperdendosi.
Resta forse proprio questa la forza di Wanderer: non l’esigenza di spiegare, ma quella di lasciare una traccia. Un’esperienza che non chiede di essere compresa fino in fondo, ma attraversata, perché alcune sensazioni, anche quando sembrano sfuggire, continuano a risuonare anche dopo che è calato il silenzio.
Per installazioni immersive e performance come Wanderer si ricorre a tecnologie avanzate e sofisticate: sistemi audio, realtà aumentata, dove gesti o movimenti modificano suoni e luci. Il suono è curato da Lawrence Lurati, mentre il disegno luci è affidato a Marzio Picchetti, la drammaturgia e la coreografia a Lara Dâmaso, e i costumi a Giulia Campiglia.
Si replica ancora oggi alle 19 e alle 21.
Nicoletta Barazzoni