La parola di Dio

Roberto Albin nel recital “In quel tempo… Gesù mangiava a scrocco”
Dal 13 aprile al 18 maggio, Roberto Albin ha tenuto alla Facoltà di Teologia un corso per chi deve declamare le Sacre Scritture, intitolato “Le labbra di Dio – Corso di dizione e consapevolezza interiore; Ispirazione, arte e tecniche per la comunicazione della parola liturgica”. È indirizzato a tutti: sacerdoti, seminaristi, laici che vogliono approfondire e anche capire se il lettorato fa parte dei talenti donati dal Signore. Ecco come lo racconta e lo spiega lo stesso Albin.
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Un timore che avevo prima di cominciare il corso alla FTL “Le labbra di Dio” era che, alla fine, potesse diventare nient’ altro che una performance. Per il fatto che quello che viene detto, possa davvero o no, essere recepito ed accolto. Questo corso in passato fu preceduto da altri due, con più ore di lezione (26); questo ne ha avute 12; davvero poche! Da tanti anni, sto affrontando questa “crociata” sulla lettura liturgica, ma mi sono accorto di alcuni ostacoli umani che sembrano insormontabili; a mio avviso questi sono: il giustificarsi, il sentimentalizzare, la retorica del mondo, il naturalizzare la fede che comporta una totale mancanza di rapportarsi e di considerare che la parola di Dio è soprannaturale. Per leggere la Parola e comprenderne l’importanza e la Divina forza, bisogna arrivare ad una decostruzione di se stessi; uno spogliarsi dai tanti cliché che ci portano a nostre soluzioni, a una nostra fede che si muove solo per i nostri bisogni.
Gesù diventa una sorta di santone e Dio un qualcosa che tutto permette, tutto giustifica. Tutti, in un modo o nell’altro sappiamo leggere, ma leggere la Parola di Dio è responsabilità Divina. San Paolo nella sua lettera ai Corinzi dice che non siamo tutti insegnanti, tutti sacerdoti, ma che ognuno ha il proprio carisma. Oggi invece siamo tutti lettori, tutti cantanti, tutti accoliti. Il Buonismo Cristiano ti fa individuare nel pietismo, nel bisogno, nella realizzazione, la persona che deve leggere. Mi è capitato di sentire dire che quella persona legge perché è stata male e perché ha piacere di farlo. Senza rendercene conto questo è totale egoismo ed esclusione dell’altro. Leggere è evangelizzare; essere tramite verso l’altro, dell’amore di Dio. Noi personalizziamo tutto e questo ci fa cadere nell’“inferno dell’uguale”. Sarebbe importantissimo quando si svolgono i ministeri interrogarsi prima sulla propria fede. Non tutti possiamo leggere, ma tutti possiamo fare fruttare i nostri talenti e non appropriarci, per nostra soddisfazione personale, di quelli degli altri. Il Teologo don Giovanni Militello dice: «Il problema della dizione è serio e si riversa sull’assemblea convocata per ascoltare la Parola di Dio. Nella liturgia si impone una dizione tipica ed espressiva, perché il ministero della Parola è connesso interamente con la liturgia. È pronuncia di una parola insigne, a volte dolce, a volte sferzante a volte poetica. Ma sempre DIVINA. Per tanto deve avere vibrazioni non eccessive, pause esatte, suoni sempre più perfetti». Quando siamo davanti alla Parola dovremmo “spogliarci” del nostro essere e diventare canali dell’amore di Dio. Leggere le labbra di Dio e diventare le sue stesse labbra nel contempo. Invece, siamo diventati degli “hobbisti” della fede. L’alterità, l’insieme che fa Chiesa, non esiste più; siamo chiusi nel nostro ego e nelle nostre richieste, quindi non aperti alla Parola. Permettetemi una piccola divagazione; il COVID, che poteva dare motivo, per una grande prova d’amore, ha fatto diventare l’altro “un infetto”. Il segno della pace, il darsi la mano, fa paura e ha fatto diventare questo gesto un qualcosa che non fa parte della nostra cultura e di terribilmente ateo. Peró, concedetemi anche questo appunto, non ci facciamo problemi nei supermercati e addirittura nei buffet delle feste, a prendere frutta e cibo con le mani.
Dicevo, la messa inizia quando finisce e le labbra di Dio devono risuonare in noi, nella vita di tutti i giorni. Credo che la lettrice per antonomasia sia Maria. Ella, nel suo stato di silenzio o addirittura assenza di sé, come afferma il Buddismo in uno stato di “Anatma”, è stata risvegliata dallo spirito Santo ed è diventata lo spirito in relazione che ha dato vita a Dio, lo spirito generante e originante, e lo ha fatto diventare storia. Che meraviglia! Noi possiamo dare vita alla Parola di Dio e compierla nell’altro. Molte cose asserite le dico anche a me stesso e sono anche molto severe. Quando salgo sull’altare per leggere chiedo sempre aiuto perché le cose del mondo non offuschino le Sue labbra che mi appresto a leggere. Concludo con un’altra frase di Don Militello: «la dizione liturgica possiede una sua peculiarità e consiste nel calore di una Parola nitida e prova avversione per le cantilene, interrogativi strascicati e scolastici. Il volto di chi legge sia gioioso segno di immedesimazione in quello che sta leggendo o pregando o cantando. Poiché legge una Parola di salvezza, rivolta a uomini liberati e fatti salvi. Senza angosce né tristezze». La disciplina diceva un mio maestro è la più bella libertà e ti fa fare tutto; la dizione liturgica, fatta bene, rende libera e librante in noi e verso gli altri la parola di Dio. Tutto alla fine si racchiude in una parola: “Umiltà!” che vuol dire, nobilitare tutto quello che si vive.
Roberto Albin