Commento

Lo stretto necessario di Trump: la trappola di Hormuz

Donald Trump

Qualcuno sa ancora immaginare quali saranno le prossime decisioni di Trump, dalle quali – energeticamente, economicamente e non soltanto – dipendiamo tutti, soprattutto perché vere opzioni per dichiarare vittoria non ne ha? Il suo narcisismo ha creato un caos mondiale di dimensioni enormi e in vista delle elezioni di novembre potrebbe per la prima volta avvertirne le conseguenze. Tutto il mondo si chiede se la chiusura dello stretto di Hormuz non fosse prevedibile – se non si poteva imparare dalla storia, che insegna come la piccola flotta greca poté vincere, grazie alla strategia contro i persiani nel 480 a. C. Sapere dove colpire l’avversario può cambiare all’improvviso le proporzioni di forza militare.

Infatti, con il controllo di Hormuz il regime iraniano non solo colpisce l’economia americana, alimentando l’opposizione a questa guerra, dato che ci passa il 20% del petrolio mondiale e un quarto del gas liquefatto, ma ha messo Trump in un angolo: la sua chiamata di potenziali alleati, persino della Cina, ha portato alla dimostrazione dell’isolamento americano mentre pare che ormai non veda più un’alternativa ad un impiego rischioso di boots on the ground, che però prolungherebbe la guerra. Così è l’Iran a realizzare la logica dello stesso magnate, cioè quella del calcolo dei costi, economici e di conseguenza politici.

Trump si aspettava un’azione lampo come in Venezuela, che sfruttasse per un cambiamento di regime le rivolte sulle strade di Teheran. Ovviamente si è gravemente sottovalutata l’effettiva volontà e capacità di realizzarlo. Anche perché il regime non dipende dal popolo, essendo basato su una struttura di potere profondamente stratificata e ideologicamente blindata, forte della simbiosi tra l’apparato clericale e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica. Un sistema che è impermeabile ai tentativi di isolamento esterno e il suo funzionamento è operazionalmente prioritario rispetto al benessere della popolazione.

Il fatto che questo regime riesca ad affermarsi e ad ottenere il distanziamento degli stati del Golfo Persico dagli USA è già la vera vittoria del regime iraniano in questo conflitto. Più a lungo dura il conflitto e maggiormente si affermano questi risultati. Così, paradossalmente, questa guerra potrebbe portare non alla fine del governo dei Mullah, bensì indebolire bruscamente quello di Trump.

Lo stile di Trump – che vuole vittorie nette, senza compromessi e non prevede una diplomazia basata sulla capacità di prendere sul serio l’altro – è fallito. L’abbandono delle istituzioni e dei trattati internazionali e l’idea di risolvere le sfide con la violenza o la sua minaccia sta diventando un autogoal. Il potere militare come massima espressione di tale forza non è il migliore dei modi per risolvere i conflitti internazionali. Se non si trattasse di un regime di oppressione come quello dei Mullah (che certamente non merita riconoscimento), sarebbe persino una buona notizia.

Markus Krienke

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