Mostre all’Artphilein: dal Togo ai Gatti

©Enok Tsevi
Due interessanti esposizioni fotografiche si possono visitare all’Artphilein di Paradiso (via San Salvatore 2), aperte dal 7 febbraio. La prima, Harmattan – Togo Photo Festival, a cura di Ako Atikossie, Giulia Brivio e Vittoria Fragapane, in riferimento appunto al festival del dicembre 2025 che si è svolto a Lomé, nel paese africano, accoglie opere che intendono dimostrare come la fotografia possa «diventare uno strumento per ripensare l’immaginario west-africano, costruendo nuove connessioni tra passato e presente, tra radici culturali e una scena artistica in piena espansione. Ogni immagine diventa una storia proiettata verso il futuro, è un frammento di realtà che va a comporre un’identità visiva complessa e autentica. Quale storia si vuole raccontata? Quali narrazioni esprimono l’urgenza creativa di questa scena artistica? Nelle opere degli artisti togolesi in mostra si esprime il potenziale narrativo e visionario della fotografia africana, in un discorso visivo ibrido, radicato nell’esperienza vissuta, attraversato dal dialogo con gli antenati e animato dalla celebrazione delle tradizioni e della spiritualità. Per secoli, la rappresentazione dell’Africa è stata filtrata attraverso la lente coloniale, trasformando l’altro in oggetto e privandolo della sua voce. Oggi, una nuova generazione di curatori, artisti, pensatori africani ha rovesciato questa prospettiva, riportando la fotografia al centro di un linguaggio autonomo, capace di influenzare i modi delle arti visive, della moda, del design e dell’architettura».
Nelle immagini, sono colti costumi, rituali tradizionali, personaggi e oggetti ancora vivi e rivissuti, al di là dei soliti cliché. I 17 autori, alcuni in coppia, non sono solo persone del luogo ma anche artisti che del Togo hanno voluto fare il soggetto della loro arte fotografica: Parmenas Awudza (Togo), Delali Ayivi (Togo/UK), Zododo Ekue & Elise Beltz (Togo/Francia), Fo Kwesi (Togo), Lina Mensah (Togo), Ras Sankara Agboka (Togo), Koffi Djifa Seble (Togo), Enok Tsevi (Togo), Wody Yawo (Togo), Kadessi Alassani & Ana Veronica(Togo/UK/Colombia), David Nana Opoku Ansah (Ghana), Federica Landi (Italia), Nicola Lo Calzo(Italia/Francia), Melick Welli & Charlotte Brathwaite (Sénégal).
Scrive Kwami Obed Nyamakou: «Harmattan offre un primo simposio stagionale di immersione artistica per incrociare gli sguardi attorno alla parola chiave “tradizione”: lo sguardo degli artisti tra loro e quello del pubblico con quello dell’artista, su ciò che appare noto e familiare. Per rispondere a questo invito, gli artisti hanno, ciascuno secondo la propria sensibilità e il proprio percorso, esplorato diversi temi riguardanti i valori familiari, l’onirismo, l’eredità, il corpo (mediazione, ricordi e mutazioni), il peso della responsabilità. Egungun o il ritorno dei morti, la donna nutrice, la natura come depositaria della memoria collettiva, i riti o gli oggetti cultuali, la portata delle forme tradizionali e le frontiere invisibili». E ancora: «… Corpi in movimento o in mutazione, interazioni sociali e comunitarie, installazioni culturali, dispositivi performativi, azioni dietro le quinte e momenti successivi alle cerimonie ancestrali vengono fermati in uno scatto nel pieno del loro slancio». Fino al 24 aprile.

L’altra mostra collettiva, You Can’t Frame Me, è dedicata al gatto e non sono scatti scontati, ma che cercano di cogliere l’animalità nei suoi tratti singolari, sfuggenti, indipendenti, in vari contesti e presenze misteriose, un occhio nell’oscurità, un riflesso in un ripostiglio disordinato, una gobba nera come una statua immobile, un muso mistificato sotto concrescenze sovrapposte; in riva al mare, in un folto primo piano, oppure sdraiato in una disordinata pelosità, addormentato pancia all’aria o classicamente acciambellato in una soddisfazione onirica; composto ed elegantemente avvolto il collo in una sciarpa scintillante; affacciato, sparuto, ad un muretto, ad una finestra o rannicchiato in un angolo, senza compiacenze feline; raddoppiato e gemellato nella simmetria complice di atteggiamento e sguardi; quello dalle pupille incandescenti e quello moltiplicato in varie posizioni sul letto di una stanza d’antan; da dietro, curiosare l’umano immerso in una vasca da bagno… non il centro, ma l’abitato anche in maniera marginale e quasi casuale. L’apparenza nell’ombra, come enigma da svelare, in interni, esterni, strade e sterpaglie… L’essere umano a volte c’è ma senza volto, a volte lo si può immaginare come un contorno all’animalità sfuggente. Lo sguardo fotografico interroga la nostra stessa percezione: «Il gatto diventa così una figura liminale, capace di attraversare quotidianità e simbolo, intimità e distanza, osservazione e mistero. Gli artisti e le artiste coinvolti sono stati invitati a partecipare con una o più immagini che interpretassero questo tema». Un libretto fotografico, curato da Caterina De Pietri e pubblicato da Artphilein Editions, è l’esito, accompagnato da un testo critico del filosofo Matteo Maria Paolucci (Limitrofie), che approfondisce le implicazioni simboliche, culturali e relazionali della figura del gatto. La mostra ne è l’estensione. Un viaggio anche geografico, come gli altri libri presenti in galleria. Gli artisti di varia provenienza: Veronica Barbato, Pietro Bologna, Sergey Bratkov, Danae Bulfone, Alessandra Calò, Simone Casetta, Gabriele Chiapparini, Carmen Colombo, Marco D’Anna, Aline d’Auria, Thiago Dezan, Matteo Di Giovanni, Vittoria Fragapane, Fiorella Iacono, Anastasia Khoroshilova, Sonia Lenzi, Luigi Lista, Sara Munari, Francesco Pennacchio, Igor Ponti, Katie Prock, Marco Rigamonti, Marcello Ruvidotti, Gian Marco Sanna, Giorgia Vanzolini, Alessandro Vicario.

Fino al 22 maggio 2026. Orari di apertura per entrambe le mostre: dal martedì al venerdì, dalle ore 10 alle ore 18. Ingresso libero.
Manuela Camponovo